Solo l'imprenditore crea ricchezza
Al recente congresso di Cernobbio avevano ragione ad evocare l’aiuto degli imprenditori per risollevare le sorti dell’economia. Siamo nel mezzo di un processo di trasformazione culturale del capitalismo: il capitalismo industriale durato fino agli anni '50-'60 ha lasciato il posto al capitalismo postindustriale.
Il capitalismo industriale, detto anche capitalismo di stato, è caratterizzato dalla concertazione che coinvolge tre soggetti: i sindacati, le associazioni industriali e lo stato, rappresentato dal governo.
Questa triade ricerca l’equilibrio fra le parti, con lo scopo di preservare al massimo i propri interessi di gruppo.
L’obiettivo è regolare le grandi forze produttive per ottenere prevedibilità e stabilità nella crescita economica a supporto degli obiettivi sociali di piena occupazione e dell'istituto del welfare.
Questo è il modello culturale sul quale era basato il capitalismo del ‘900.
Nell'ultimo decennio, la globalizzazione, la crisi degli stati-nazione, oggi sull'orlo del collasso finanziario, l'innovazione tecnologica e più in generale i cambiamenti socio-culturali del post modernismo, hanno accelerato il processo di decomposizione del capitalismo di stato.
Una nuova forma di capitalismo – chiamato post industriale e caratterizzato da una forte impronta imprenditoriale e dall'azione di leader carismatici (si pensi a Steve Jobs o a Bill Gates) – si è diffusa nel mondo anglosassone, negli Stati Uniti prima e poi in Inghilterra, Irlanda, arrivando in India e persino in Cina.
Questa nuova forma di capitalismo è il risultato di un cambio di paradigma e dell'affermarsi, pur con resistenze ancora vive da parte delle forze conservative, di molti nuovi trend.
Si è attenuata la morsa delle parti sociali e della loro influenza concertata con lo Stato.
Si è rivelato sempre più inutile lo sforzo di prevedere e gestire il tasso della crescita economica (che in molti paesi dell'Europa, negli ultimi decenni, non era mai uscito da cifre asfittiche comprese fra lo 0,5 e il 2%).
Si sono dimostrati sempre più inefficaci i tentativi di pianificazione economica da parte dello Stato, e il suo ruolo predominante come agente economico è stato messo in discussione.
Sono stati via via abbandonati il protezionismo del lavoro e il protezionismo di determinati settori industriali ritenuti strategici dalla classe politica nazionale ai propri fini.
Il nuovo paradigma emergente abbraccia l'innovazione e la creatività come strumenti per affrontare il cambiamento e trovare soluzioni ai nuovi problemi.
Il cambiamento in corso è talmente radicale che non può essere affrontato con piccole modifiche dei vecchi schemi del passato, ma richiede un approccio radicalmente nuovo per qualità e grandezza del problema.
Il cambiamento accelerato ha destabilizzato e reso inefficace la "cultura del prevedibile": affrontarne le conseguenze richiederà sempre più creatività.
L'appello alla figura dell'imprenditore per risollevare l'economia, non si riferisce alla vecchia figura storica dell'industriale fordista, a volte legato mani e piedi all'intreccio politico clientelare con lo Stato. L'imprenditore oggi deve essere sinonimo di creatività, innovazione e crescita: qualità che definiscono la nuova imprenditorialità, il nuovo paradigma del futuro.
Non ci si rivolge nemmeno ai mini-imprenditori, quelli che non hanno saputo o avuto il coraggio di crescere legati a una struttura culturale asfittica, troppo familiare, quelli le cui aziende di pura funzione terzista sono nate da costole staccate della grande industria, che tentava di mantenere i margini operativi abbassando i propri costi del lavoro dipendente.
L'imprenditore di cui c'è bisogno oggi è una persona in grado di far crescere annualmente del 15-20% la propria azienda attraverso l'innovazione e la creatività.
L'appello di Cernobbio, per un capitalismo imprenditoriale che faccia crescere il Paese e crei occupazione deve essere rivolto ai politici affinché si prendano la responsabilità di creare un nuovo ecosistema culturale dove la burocrazia, la finanza e il mercato siano di supporto a una crescita sana che crei ricchezza e occupazione.
Fra gli elementi caratteristici di questo ecosistema culturale c'è il ricambio aziendale attivo, cioè la possibilità per le aziende di morire se il modello aziendale non risponde alle esigenze del mercato dei consumatori, rinascendo in una nuova forma. Quella che è definita "distruzione creativa" e che permette di spostare risorse da settori e aziende meno profittevoli verso quelle più profittevoli.
Questa instabilità dinamica ha dimostrato di creare ricchezza e crescita dell’occupazione. Dovremo però accettare un'occupazione dinamica e non più garantista e a tempo indeterminato.