Persone prigioniere in stato di libertà
La “prigionia interna” non è solo la condizione di chi è privato della libertà per atti criminosi, ma anche di chi vive libero nella normale società. La metafora della prigione è un concetto antico, raccontato esemplarmente da Platone, che nel suo mito della caverna stimola l’umanità a rendersi conto di come vive intrappolata in una prigione interna, un bozzolo intrecciato non di fili fisici ma di schemi mentali che vincolano e condizionano l’interpretazione della realtà.
Filtri che in risposta a bisogni non soddisfatti creano sentimenti di rabbia, rancore, odio e violenza verso gli altri. Sono sentimenti che tutti proviamo, ma che in circostanze normali non manifestiamo con i nostri comportamenti. Il riuscire a soffocarli ci fa spesso considerare “normali” e migliori dei criminali.
Platone ci spiega che questi schemi personali e i condizionamenti sociali condivisi plasmano a nostra insaputa le informazioni che riceviamo dal mondo esterno e ci fanno percepire una realtà deformata. Ma che la vera risposta non sta nel loro soffocamento, ma nella loro trascendenza e trasformazione energetica. Perché se non trascesi agiscono silenziosi nell’inconscio e continuano a fungere da filtri potenti e invisibili nel distorcere la nostra percezione della realtà.
Una via di uscita
La presa di consapevolezza di questi filtri è il primo passo per fare questa trasformazione e muoverci verso la libertà fuori dalla nostra prigione interna. Finché non si verifica questa condizione esistenziale, una persona resta imprigionata nelle inferriate delle proprie convinzioni soggettive, sociali e culturali. Senza questa consapevolezza qualunque attività intrapresa: personale o di lavoro è basata potenzialmente su una percezione distorta.
Così quando i nostri bisogni deficitari non vengono soddisfatti ne rendiamo gli altri responsabili. Ignare di tutto ciò, le persone si deresponsabilizzano, covano frustrazione e risentimento verso gli altri e li percepiscono responsabili e colpevoli dei loro insuccessi o della loro infelicità.