Quale futuro per gli imprenditori?
È difficile fare gli imprenditori, soprattutto in Italia, dove manca il supporto culturale necessario all’esistenza di un sano ecosistema imprenditoriale.
Gli Europei, convinti di aver trovato la terza via, hanno costruito molti accordi economici e scenari istituzionali orientati verso un Capitalismo di Stato burocratico e sostengono la cultura della crescita controllata tanto cara agli statalisti: in Italia lo Stato, i grandi gruppi industriali e i sindacati decidono le linee guida della politica economica italiana.
Un analfabetismo economico molto diffuso sia nella classe politica che nella popolazione non permette di capire la correlazione esistente tra il benessere sociale e il capitalismo del libero mercato.
Il fatto che dal dopoguerra si siano raggiunti livelli minimi di benessere economico in regimi di quasi piena occupazione stabilizzata nel tempo con reti di protezione sociali statali, ha offuscato il vero processo con cui le economie moderne creano ricchezza.
Il capitalismo di Stato, che vede la libera concorrenza come il fumo negli occhi si dimostra inadeguato a partecipare nei processi di globalizzazione in atto: il prezzo che l’Italia sta pagando per aver abbracciato questo modello è la trasformazione sociale della sua società in “mucillagine", così descritta da un recente rapporto Censis per indicare la sua tendenza alla frammentazione e all'inerzia.
«E una società appiattita, che fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».
Le reazioni di rabbia della popolazione, arroccate su risparmio, rinuncia e rinvio alla spesa non sono le soluzioni a una crisi strutturale.
Quello che gli studi economico-sociali non dicono è che la vera crescita non è mai venuta dai grandi complessi industriali fordisti ma scaturisce dalla piccola impresa con al centro persone che hanno fatto una scelta di fondo nei valori della crescita, dell’iniziativa e dell’autonomia nel lavoro, rispetto alla scelta della sicurezza materiale ed emozionale.
Gli “statalisti” legati alle vecchie ideologie crollate nel ‘900, non hanno mai voluto accettare il fatto che sia l'imprenditorialità la via privilegiata, imprescindibile ed efficace per creare ricchezza, quando supportata da un adeguato terreno culturale.
Il potere potenziale delle piccole imprese di creare nuovi posti di lavoro è ineguagliabile. Se la metà dei 4 milioni di PMI assumesse anche solo un lavoratore si ridurrebbe di colpo drasticamente la disoccupazione.
Purtroppo la relazione tra produttività, occupazione, ruolo dello stato e imprenditorialità è offuscata da profonde e superate ragioni ideologiche.
Senza ricorrere al modello degli Stati Uniti, dove le piccole imprese crescono storicamente a tassi annui superiori del 20%, basta guardare il Nord Europa, dove in questo ultimo decennio è avvenuta una silenziosa rivoluzione in reazione agli eccessi del stato assistenziale. Paesi come la Svezia, a cui il fallimento ha insegnato una lezione importante, hanno iniziato e diminuire l’incidenza della proprietà e dell’impresa pubblica, a favore della imprenditorialità, della trasparenza e della responsabilità personale.