Il vero successo richiede la dedizione di tutta una vita
Cosa hanno in comune Steve Jobs e Jiro Ono un 85enne giapponese maestro di sushi?
Condividono alcuni degli stessi principi del successo. Le loro vite offrono esempi di cosa voglia dire pensare differentemente e come questo si rifletta nel vivere e nel produrre differentemente. Ottenere risultati eccezionali richiede prima di tutto essere eccezionali, perché è l’essere che si riflette nei comportamenti, non viceversa.
Per sostenere questo processo occorre disciplina, e una dedizione che, quando sostenuta da un senso di scopo profondo, ci permette di continuare nella direzione intrapresa anche quando viene a mancare il sostegno dell’opinione degli altri. I due uomini condividono molti principi espressi dalle loro rispettive vite.
Mentre la vita di Steve Jobs è conosciuta da molti, questa di seguito è la vita di Jiro Ono, considerato tra i conoscitori di Sushi giapponese il più bravo nel mondo. Jiro lavora in un piccolo scantinato a Giza, nel centro di Tokyo, dove nel suo ristorantino con 10 posti a sedere, recentemente descritto da un documentario di David Gelb, da oltre 60 anni serve i suoi prodotti targati da 3 stelle Michelin.
Jiro inizia da giovanissimo la sua attività, sviluppando il suo talento e le sue competenze anno dopo anno in maniera quasi compulsiva, forse influenzato dalla cultura giapponese che non accetta che i figli quando crescono e lasciano la famiglia possano tornare a casa in caso di insuccesso.
Figlio di famiglia operaia ha dedicato tutta la sua vita ai suoi sogni ricorrenti: fare sushi. Un’attività abbastanza comune in Giappone fatta di riso e pesce crudo, ma che lui ha saputo trasformare in un’arte, ricercando ed esaltando, attraverso la perfezione, la semplicità pura intrinseca nella natura stessa degli alimenti. Niente piatti arredati “novel cuisine”, solo riso e pesce crudo.
Minimalista, ricercatore della perfezione che a 85 anno si sforza ancora di trovare esprimendo la sua ricerca spirituale attraverso i suoi piatti. Jiro non ha lavorato per le tre stelle, queste sono arrivate per come ha lavorato, per come si è dedicato in maniera spasmodica, quasi ossessiva a creare qualcosa di unico per i suoi clienti, di cui osserva le più sottili espressioni del volto mentre gustano i sushi che serve lui personalmente.
Accetta di insegnare gratuitamente a chiunque voglia imparare da lui, ma la maggior parte degli apprendisti non regge per molto. La disciplina che Jiro applica a se stesso e il livello della qualità che richiede non è sostenibile dalla maggior parte dei giovani volontari. Ad uno ha fatto rifare 400 volte un sushi per raggiungere un livello di qualità accettabile a essere servito ai clienti.
Jiro stima che per raggiungere il livello di uno chef del suo calibro occorrano 10 anni di pratica, è questo l’impegno che chiede ai praticanti, altrimenti che non si presentino nemmeno.
È chiaro che il suo impegno va oltre le competenze tecniche e richiede una integrazione tra queste e l’essere profondo dell’individuo, in una danza sincronica che trascende il semplice cibo, che invece viene utilizzato per un messaggio più profondo.
Arrivare ad esprimere la nostra unicità attraverso ciò che facciamo non solo ci permette di non doverci preoccupare di sopravvivere, eliminando anche la paura della concorrenza, ma soprattutto da un senso profondo alla nostra vita e una felicità altrimenti ineffabile.
Tutto questo richiede l’osservanza di alcune regole:
- accettare di sbagliare per poter imparare dai propri errori;
- avere la disciplina di sviluppare continuamente e incessantemente il proprio talento con passione;
- dedicare la propria vita ad un’attività e continuare a migliorare incessantemente;
- tagliare i ponti dietro di sè per non avere alternative che andare avanti e non accettare mai le sconfitte.