La lotta alla povertà è uno sforzo collettivo
Al World Economic Forum in Davos, la maggior parte dell’agenda di quest’anno è stata dedicata alla povertà e alla disuguaglianza. L’ empatia e la profonda sensibilità alla sofferenza sembrano diventare una caratteristica del grande business, ma a Davos rivelano che l’interesse e le buone intenzioni da sole non risolvono il problema anzi talvolta lo peggiorano e lo rendono cronico nel lungo periodo.
Di fronte a statistiche a effetto – fra cui la più impressionante dice che 85 persone nel mondo posseggono la ricchezza di miliardi di persone – è facile arrivare a giudizi morali carichi di ideologia sulla ricchezza e il suo possesso o concludere che la vera soluzione è la redistribuzione, a volte letta come “restituzione immediata” delle ricchezze. Comunque dimostrano che il sogno dell’uguaglianza è molto lontano dall’essere raggiunto, se mai lo verrà.
È una situazione difficile, quasi un paradosso, che non ha soluzioni preconfezionate. La povertà oggi si presenta complessa, con mille facce diverse. A volte è difficile capire se sia una causa o una conseguenza.
Affrontarla è una lotta difficile e contrastata. Molti politici l’hanno intrapresa seriamente: tra questi il Presidente degli USA Johnson negli anni ’60. Una battaglia che dai risultati a oggi sembra per il momento perduta, malgrado da decenni il governo americano spenda più di mille miliardi all’anno: la storia ha purtroppo dimostrato che negli USA tutti gli approcci convenzionali per cercare di risolvere radicalmente la povertà fino a oggi sono falliti.
Ci hanno provato in tanti nel mondo: Fidel Castro per 50 anni, i cinesi oggi rivoluzionando il binomio “democrazia e libero mercato”, Lula in brasile e Chávez in Venezuela. Non è solo una questione di generosità personale e di buone intenzioni caritatevoli, perché quella stessa intenzione, se non è ben incanalata ed organizzata, nel lungo termine arriva a erodere l’autostima e la capacità di intrapresa delle persone rendendole incapaci di risollevarsi
È quello che sta succedendo in Africa dove lì la situazione è aggravata da un coacervo di elementi economici e sociali difficili da districare fra di loro. Si influenzano a vicenda malattie e malnutrizione, difficoltà di accesso all’acqua e all’educazione; il tutto intriso di conservatismo socio-religioso e sistemi legali inappropriati.
È un problema che coinvolge tutti i paesi, senza distinzione, e va affrontato con la cooperazione fra le forze imprenditoriali e le forze politiche nazionali e internazionali alla ricerca di soluzioni collettive che nascano dall’iniziativa e dalla creatività personale, sull’ esempio del micro credito inventato da Muhammad Yunus, che ha strappato dalla povertà più di venti milioni di persone in Bangladesh.
Oggi stanno scendendo nell’arena anche i pesi massimi. I leader illuminati alla guida delle loro multinazionali come Paul Polman CEO di Unilever e i ricchi paperoni come Bill Gates cooperando con gli stati nazione, stanno raccogliendo risultati incredibili nel dissodare il terreno per eradicare la povertà, sostenere la prosperità e la nascita di una classe media a livello globale. L'obiettivo è di spingere intere popolazioni verso la propria indipendenza economica.
È un movimento impegnato a utilizzare il business come una forza del bene per fornire alle persone educazione economica e modelli imprenditoriali che possano diventare strumenti di riscatto personale e comunitario, permettendo che miliardi di persone bisognose possano con orgoglio e in maniera sostenibile uscire da soli dalla povertà ed entrare a partecipare nel grande ciclo economico mondiale.