Per uscire dalla crisi, adesso facciamo gli occhi dolci agli imprenditori

Ho letto recentemente i resoconti del recente congresso di Cernobbio organizzato dallo studio Ambrosetti e sono rimasto un po' sorpreso a sentire parlare di imprenditorialità, non solo per la scelta dell'argomento, ma soprattutto per i toni. Leggendo, mi sorprende che di colpo i più alti esponenti italiani realizzino di aver bisogno degli  imprenditori. Ho riletto i discorsi più di una volta, incredulo. Mi sono venuti alla mente i cavalieri medioevali e l'immagine di gente distrutta, piegata sotto la minaccia del drago, che rievoca i cavalieri (gli imprenditori di oggi) vedendoli come chiave della propria salvezza.

 

I sostenitori del socialismo reale e del capitalismo di stato, nemici giurati degli imprenditori, gli artefici della via europea, che negli ultimi 30 anni hanno costruito benessere utilizzando l'indebitamento, si rendono ora conto di avere in realtà cavalcato principalmente un processo di distribuzione degli introiti del debito pubblico. E adesso, alcuni di loro di colpo con l’acqua alla gola, di fronte al baratro, prendono consapevolezza della realtà.

Siamo tra Scilla e Cariddi. Non si può continuare la politica decennale di facili indebitamenti e non si possono fare le riforme necessarie, se non aD un costo umano non sostenibile socialmente. Che si fa? Si chiamano gli imprenditori.

Mi chiedo dove trovino il coraggio i politici, dopo avere linciato moralmente la classe imprenditoriale per decenni. Dopo averne distrutto l’ecosistema economico ed emozionale, attraverso la creazione di un capitalismo di stato clientelare, che ha assorbito la maggioranza delle risorse economiche del paese. Dopo avere costretto la maggior parte di loro a vivere in un ostracismo morale fino a spingere i più coraggiosi a migrare in silenzio, sotto la pressione fiscale, la burocrazia e l’assenza di strutture finanziarie adeguate.

Oggi più di 4 milioni di imprenditori vagano arrabbiati e disorientati tra I mille ostacoli che la politica e  il degrado culturale di una burocrazia mandarina mettono davanti a chi tenta di operare.
Certo molti non hanno voluto crescere, perché disincentivati dai mille regolamenti, altri non sono riusciti a capire il cambiamenti e vengono puniti dal mercato che è cambiato, ma gli imprenditori, secondo i più recenti studi, sono rimasti l'unica forza propulsiva di una economia sana e vitale. A loro il merito morale di creare ricchezza e posti di lavoro veri.  Per citare Ambrosetti: «Uno studio della commissione europea ha messo in luce come le nuove aziende creino oltre 4 milioni di nuovi posti di  lavoro ogni anno e siano la principale fonte di nuova occupazione in Europa. Lo start-up Act 3.0 del governo americano dichiara che il 40% del PIL degli USA deriva da aziende che non esistevano prima del 1980. Ogni anno quindi 6 trilioni di dollari solo negli Stati Uniti derivano da aziende che fino a poco tempo fa esistevano solo sotto forma di idee nella testa di gente coraggiosa»

Purtroppo, creare imprenditori e incentivarli a prendere rischi, non è come allevare pesci rossi. Una volta distrutto l’ecosistema o danneggiatolo gravemente, occorrono molti anni se non decenni per ristabilirlo. Non bastano il facile entusiasmo, la necessità o la speranza. Stiamo parlando di cambiamenti culturali strutturali. Una battaglia che stiamo perdendo senza rendercene conto. Non esiste ancora una visione chiara e articolata a lungo termine per il  nostro paese. Abbiamo vissuto ipnotizzati dalla falsa illusione di  far crescere un paese che, come una nave,naviga a vista senza una direzione chiara da decenni, con le caldaie alimentate solo da un continuo e progressivo indebitamento. Ogni anno che passa, lo sforzo per rigirarci diventa sempre più difficile.
Questa battaglia va affrontata con una leadership consapevole e responsabile, che sappia rispondere a questa grande sfida con chiarezza e determinazione, rifiutando la pressione collettiva di chi accetta supinamente, da vittima, di farsi inghiottire dal gorgo.

Il sistema attuale è l’aggregazione di tutte le nostre coscienze individuali: il sistema non si cambia agendo da fuori, ma da dentro di noi. Da un impegno di trasformazione personale che inizi un processo di reazione a catena, a livello energetico, che possa influire e modificare la struttura della realtà esterna. Realtà che non è altro che il prodotto esteriorizzato delle nostre coscienze.

Dobbiamo abbandonare il facile e conveniente vittimismo, e la delega della nostra responsabilità personale, altrimenti dovremo accontentarci di decollare solo se trainati da altri, accontentandoci di accettare come obiettivo la sopravvivenza, anticamera di un lento e inesorabile declino.

Hanno ragione a Cernobbio: gli unici che possono evitare all’Italia e all’Europa il rischio di cadere nell’abisso sono gli imprenditori. Dobbiamo creare le condizioni morali e culturali per farlo non solo esternamente ma dentro ognuno di noi, è necessario che ce ne assumiamo la responsabilità in prima persona, con la consapevolezza che ormai “il re è nudo”.