E se la guerra in Siria fosse in realtà una guerra religiosa?

In questo momento la Siria è diventata la cartina di tornasole di una differenza culturale fondamentale che separa il mondo occidentale da quello islamico. Una diversificazione che risale a una precisa data storica: il 1648, quando la pace di Vestfalia mette fine alla Guerra dei Trent'anni, una guerra "di religione" tra le più sanguinose della storia Europea.

In quel trattato di pace si inaugura un nuovo ordine internazionale nel quale gli Stati si riconoscono tra loro in quanto Stati, al di là della fede dei vari sovrani: è la fine della religione come elemento centrale dei conflitti e il primo passo verso una netta separazione tra il campo religioso e quello statale.

Da quel momento, gli europei – e il mondo "anglosassone" esteso poi agli Stati Uniti – hanno sviluppato una coscienza identificativa primaria con lo stato-nazione, abbandonando l'originaria identificazione religiosa. I successivi conflitti armati in Europa sono stati intrapresi per motivi di ordine esclusivamente politico-economico.

Questo passaggio non è avvenuto nel mondo arabo e, più in generale, nei paesi di religione islamica: gli appartenenti a questo mondo hanno come principale identificazione culturale quella religiosa, e solo secondariamente quella nazionale.

Da occidentali spesso non siamo consapevoli di questa differenza e tendiamo ad affrontare i problemi e le crisi che toccano i paesi islamici con gli occhiali e i filtri della nostra cultura. Ogni nostra azione, anche se dettata da buone intenzioni, ha origine da una lettura errata della realtà e, per questo, otterrà reazioni diverse dalle intenzioni con cui era stata intrapresa.

Ed è proprio quello che potrebbe succedere in caso di un intervento armato occidentale per risolvere la situazione critica che sta vivendo la Siria.
Il mondo musulmano è diviso tra il 90% di musulmani sunniti e il 10% di musulmani sciiti. Gli sciiti si concentrano principalmente in Iran, Iraq, Azerbaijan e Bahrein, oltre che in Libano, Yemen e Kuwait. La Siria di Assad è musulmana a maggioranza sunnita, ma il clan della famiglia di Assad è alauita, un gruppo di appartenenza sciita.
 
Aldilà delle ragioni di interesse commerciale (il petrolio innanzitutto) e di equilibrio geopolitico (la Siria è l'unico accesso al Mediterraneo per i russi e gli iracheni), un intervento del mondo occidentale in Siria rischia di essere interpretato, dal punto di vista dei musulmani, come una presa di posizione a favore degli sciiti contro i sunniti.
E questo potrebbe scaraventarci in pieno nel campo di battaglia di una guerra religiosa, come ai tempi delle crociate, cancellando così culturalmente 500 anni della nostra storia.

Scegliere se reagire o non reagire all'uso che pare sia stato fatto dei gas è indubbiamente una decisione complessa. Tuttavia, prima di prenderla, dovremmo dare risposta a domande che non possiamo eludere.
Siamo veramente consapevoli dei filtri culturali con cui applichiamo i nostri valori occidentali e degli effetti che un nostro intervento armato potrebbe provocare?
Siamo pronti a prenderci, pienamente e consapevolmente, la responsabilità delle nostre azioni e ad accettarne le conseguenze?