Il capitalismo fallirà la sua missione?
Raoul Castro, presidente di Cuba, nel settembre del 2010 ha dichiarato alla Reuters che il comunismo è un sistema finito che purtroppo non funziona: la dichiarazione equivale a una resa nella sfida durata decenni con il sistema economico capitalistico.
Dopo la caduta del comunismo sovietico negli anni ’80, la svolta cinese e le dichiarazioni di Cuba, il sistema collettivistico continua a vivere solo nelle speranze romantiche di menti nostalgiche.
Il capitalismo, oramai unico sistema economico esistente, ha ricevuto così una pesante eredità: sostenere gran parte del mondo nel processo di uscita dai livelli di sopravvivenza economica in prospettiva dell'acquisizione di un benessere economico accettabile.
Ritengo che il modello capitalistico, pur avendo il potenziale per poter portare a termine questa missione, abbia dei grossi freni che lo limitano internamente e se non cambierà rotta il suo destino sarà il fallimento, l'implosione sotto il peso della sua stessa crudele avidità.
Molti si chiedono se il capitalismo fallirà la sua missione o sarà in grado di adempiere la nuova responsabilità: Lord Adair Turner - che è stato a capo della FSA La Financial Services Authority, l’autorità indipendente del Regno Unito che ha compiti di vigilanza sui mercati finanziari - durante un'intervista ad al Jazeera ha lanciato una sfida, proponendo di rinunciare a soluzioni temporanee che rispondono alle logiche di un mondo che non esiste più a favore di una rielaborazione radicale del sistema economico globale, a partire dal suo centro nevralgico: il sistema finanziario.
Forse tutti noi dovremmo raccogliere la sfida di Turner perché il prezzo da pagare in termini umani e umanitari è ancora troppo alto rispetto ai risultati puramente economici che possono essere raggiunti dal capitalismo di oggi.
Il capitalismo non ha intrinsecamente un suo valore morale e non è avido per sua natura: è solo uno strumento e come tale riflette la coscienza di chi lo utilizza. Fino ad oggi la coscienza di chi lo utilizza è stata guidata per la maggior parte dalla avidità e dalla crudeltà.
Credo che il capitalismo possa aspirare a entrare in un nuovo paradigma, un livello in cui nell’equazione si faccia strada il cuore insieme alla mente, in cui si possa inserire e fondere la ricerca del successo negli affari con valori umanistici universali più forti.
Questo passaggio ci farebbe abbandonare il fondamentalismo di mercato darwiniano e ci aprirebbe a un capitalismo più responsabile e consapevole, dove le aziende e le banche bilanciano il profitto con la responsabilità sociale e si allineano agli interessi del bene comune ottenendo clienti più leali, impiegati più appassionati, più fiducia reciproca tra lavoro e management, ma non in maniera paternalistica.
Nascerebbe un nuovo modello di capitalismo dove il valore intangibile creato per la comunità si traduce alla fine in maggior supporto da parte della clientela, maggior fedeltà al brand e maggior stabilità e quantità di profitti: esistono già casi che testimoniano questa possibilità concretamente.
La missione dell'associazione “The Conscious Business Group” è aiutare a trasformare il capitalismo dall'interno, trasformandolo senza lotta perché ciò che resiste persiste. Vogliamo aiutare a ricercare e utilizzare la terza via, quella terza via adottata da Gandhi, la via della trasformazione di noi stessi per arrivare alla trasformazione del nostro mondo esterno del lavoro, della produzione e degli affari.
Per farlo dobbiamo imparare a creare questo cambiamento prima dentro di noi, con il coraggio di aprire il nostro cuore per primi, per poter manifestare e co-creare quella realtà esterna che tutti desideriamo.