La tecnologia informativa e la crisi del sistema occidentale

Ho un amico quasi sessantenne a New York che fa il designer, e fino a oggi è riuscito con orgoglio a evitare di imparare a usare auto-cad,  un software che permette di automatizzare tutti i disegni di arredamento di una abitazione.

Grande esperto e cultore dei disegni fatti a mano era riuscito a barcamenarsi, un po’ per pigrizia, un po’ perché non gli era stato rigorosamente richiesto dal suo datore di lavoro. L’azienda due mesi fa ha implementato una riduzione di personale, annunciata da tempo:  si è trovato licenziato dopo 22 anni di "consecutivo leale lavoro".

Mi ha confessato che non se lo era aspettato. Aveva pensato che altri sarebbero stati licenziati, data la sua capacità tecnica. Ma ha scoperto che è stata la sua capacità tecnica o meglio proprio la sua mancanza di rinnovamento a metterlo nei guai. Ora, fuori sul mercato, ha scoperto la difficoltà di chiudere il suo gap tecnologico che non è solo tecnico ma è soprattutto culturale.

Anche lui è entrato a fare parte di quel 7.6% di disoccupazione  statunitense  che la FED ha recentemente riconosciuto essere per buona parte di natura strutturale, causato dalla  incapacità di molti ad affrontare il gap tecnologico richiesto dai nuovi lavori: il passaggio dalla produzione industriale alla produzione informatica che sta avvenendo sotto forma di informazione gestita attraverso il computer.

 

Il processo di trasformazione della informazione attraverso la sua digitalizzazione è un processo invisibile, senza peso, completamente smaterializzato.

Questa smaterializzazione impedisce di affrontare il processo di cambiamento con i vecchi schemi mentali, le strutture e i  modelli usati dai nostri padri e da molti di quelli come noi nati nel primo dopoguerra.

Il passaggio dalla produzione industriale a quella informatica sta spingendo l’attuale sistema economico ai limiti di rottura.

 

Gli effetti di rottura degli equilibri economici e di quelli socio-politici sono molteplici. Uno di questi è l’aumento della disoccupazione, non solo in maniera quantitativa, ma soprattutto nell’aspetto qualitativo.

Il gap tecnologico sta creando problemi a chi in Europa si trova oramai cinquantenne per la prima volta nella sua vita senza lavoro. In Italia oltre 3 milioni di disoccupati hanno perso la speranza di trovare un lavoro.

Sotto la sicurezza dell’ombrello sociale, cullati nella tranquilla percezione di un mondo stabile e sicuro, molti non hanno sentito il bisogno di adeguare le proprie competenze o hanno trascurato di farlo, per scoprire oggi di essere inadeguati a ricollocarsi nel flusso di un mercato dinamico e senza frontiere.

In Italia a ciò si somma anche il problema della disoccupazione dei giovani tenuti artificialmente fuori da un mercato statico protetto dalla rigidità delle leggi del lavoro.

 

Stiamo assistendo al sorgere di un esercito di disoccupati sconfortati, caratterizzati da una forte insicurezza emotiva e impreparati ad affrontare i problemi con i propri schemi mentali. A ciò aggiungiamo il contesto Paese che ha infrastrutture sociali e produttive ancora molto tradizionali.

Essi si trovano impreparati ad affrontare i problemi con i loro vecchi schemi mentali risolutivi  e in più a operare in un paese che ha infrastrutture sociali e produttive  molto tradizionali.

 

Nessuno ha preparato queste persone ad affrontare la profonda accelerazione trasformativa interna che sta provocando nell’economia un processo di scollamento sempre più evidente fra vecchia e nuova realtà.

Il processo di globalizzazione sta facendo svanire la connessione territoriale fra i componenti stessi della produzione.

La tecnologia è entrata come parte integrante di ogni prodotto in tutti i suoi aspetti applicativi e ha trasformato tutti i rapporti produttivi rendendo obsolete le vecchie professioni tradizionali.

Oggi per aggiustare una lavastoviglie o una automobile occorre un computer che sappia rilevarne il guasto con il software.

 

Sembra che il nostro vecchio sistema occidentale sia arrivato al massimo del suo potenziale così come lo possiamo concepire.

Come un’onda, che alla fine della sua corsa si infrange sulla spiaggia, dopo aver espresso tutta sé stessa.

È un momento delicato dove occorrono visione e integrità per leggere con chiarezza e coraggio i nuovi scenari del futuro attraverso le crepe di un sistema che si sta frantumando.

In momenti come questi si paga a caro prezzo la scelta miope di una leadership opportunistica che negli ultimi decenni, molto spesso si è sostenuta auto referenziandosi, comprando (consenso sociale e pagandolo con l’indebitamento pubblico.