Il confine sottile tra Creatività e Disciplina
Il premio TED 2013 è stato un premio alla consapevolezza, una chiamata alle armi sulle qualità educative oggi necessarie per affrontare la costruzione di un mondo nuovo.
Secondo il vincitore del premio, Sugata Mitra, curiosità, creatività e senso della scoperta sono le nuove matite colorate indispensabili per disegnare il nuovo futuro.
Il premio assegnatogli è il riconoscimento per la sua idea di “Una scuola nella Nuvola”, un lab educativo sperimentale che metta al centro del processo educativo la Rete e le capacità auto-organizzative dei ragazzi lasciati liberi di seguire i loro interessi e le loro tendenze naturali.
La scuola di oggi è oramai il relitto di una concezione educativa rimasta ancorata agli stereotipi vittoriani: una scuola come mezzo per creare lavoratori-ingranaggi del sempre più complesso sistema industriale, concepita come una impresa manifatturiera che accumula nei suoi magazzini le materie prime sotto forma di informazioni e conoscenza, condensandole e immagazzinandole nei libri al fine di poterle recuperare e distribuire agli utilizzatori in qualunque momento.
L’educazione - il prodotto finale di questo processo “industriale” - è distribuita alle masse in maniera rigida e standardizzata, secondo le priorità dettate dal potere politico-finanziario, al solo scopo di modellare le menti a produrre con la massima efficienza.
Una scuola in cui gli studenti vengono premiati più per la loro capacità di ritenzione mnemonica che per la loro abilità creativa.
È chiaro che la vita del futuro – socialmente ed economicamente condizionata dalla continua accelerazione dei cambiamenti tecnologici – ha bisogno di molta creatività immaginativa per essere affrontata. Con il suo lab educativo sperimentale, Sugata Mitra è andato oltre le lamentele e le critiche alla scuola odierna e ha voluto offrire un esempio concreto di possibile scuola del futuro.
Non tutti però sono d’accordo su questo suo approccio, che toglie alle autorità governative la direzione degli studi per consegnarlo in mano ai ragazzi.
Qualcuno ricorda come la vecchia scuola instillava la tanto necessaria disciplina, ritenendo quest’ultima una virtù necessaria nella vita. Obbligandoci a studiare per senso del dovere anche cose inutili che non piacevano, la vecchia scuola ci abituava allo sforzo del dovere, a portare a termine i nostri compiti, esaltando e alimentando l’illusione della forza di volontà.
Per questo alcuni ritengono che una scuola senza disciplina permetta il prosperare dell’inconcludenza e alla fine favorisca il fallimento.
Osservando questa interessante polemica, mi sembra che si possa tradurla semplicemente nella dicotomia fra “fare quello che si vuole” e “fare quello che si deve”.
Premesso che, qualunque progetto si affronti - a scuola, nel lavoro o nella vita - è composto da parti piacevoli e parti meno piacevoli, è chiaro che se scegliamo di fare solo quello che si vuole, scartando le parti che non ci piacciono, non saremo mai in grado di portarlo a termine.
Come si fa quindi a superare questo dilemma e a formare giovani in grado di raggiungere i propri obiettivi, senza per questo ricorrere all’oppressione della disciplina e all’illusione del dovere?
Oggi le scuole si concentrano principalmente sul parametro dell’IQ (quoziente intellettivo), un vecchio retaggio culturale che non ha mai garantito il raggiungimento dei propri obiettivi. Il successo però si basa anche su altre qualità, e l’intelligenza intellettuale è solo una delle componenti e non necessariamente la più importante.
La vita ci dimostra che nel lungo termine è più importante quello che siamo rispetto quello che sappiamo. Il sapere diventa oggi obsoleto velocemente e va continuamente aggiornato.
Diventano allora più importanti le qualità morali, e fra queste la perseveranza e la capacità di rimanere focalizzati sul nostro obiettivo per anni o decenni se necessario.
Ma come trovare la forza per applicarsi? Come affrontare le parti brutte e noiose? Come continuare di fronte alla sofferenza, quando neanche il senso del dovere oramai sfilacciato non ci spaventa più? Quando le bocciature, le promozioni, le premiazioni, i riconoscimenti, i bonus, gli aumenti di stipendio, le promesse della carriera perdono di significato perché tutto è diventato troppo difficile emozionalmente o fisicamente? Come continuare quando ci colpisce il fallimento e si perde tutto? Dove si trova la forza di rialzarsi e ricominciare da capo, quando tutto sembra perduto?
Questa capacità di continuare nonostante le difficoltà, di perseverare di fronte alle difficoltà è, secondo Steve Jobs, molto più importante di molte altre qualità, per ottenere il successo. Per il fondatore di Apple, la risposta si trova nella propria passione.
La passione nasce quando ci connettiamo con un profondo senso di motivazione interna. Quando scopriamo quello che è veramente importante per noi. Quando siamo pronti a sacrificare tutto pur di raggiungerlo. Il sacrificio è la misura di quanto è importante per noi, del prezzo che siamo disposti a pagare per ottenerlo.
Questa consapevolezza ci dà la forza di continuare, di agire secondo quello che superficialmente si chiama “essere disciplinati”: che non vuole dire obbligarsi a fare qualcosa che non si vuole per dovere, ma di scegliere consapevolmente di fare quello che va fatto per ottenere quello che desideriamo intensamente, pagandone il prezzo necessario.
La passione ci dà la forza e la capacità di tralasciare e posporre il piacere momentaneo e di saper scegliere in ogni momento quella sofferenza momentanea necessaria per ottenere un grande piacere futuro. Ci permette di “essere disciplinati”, e di continuare fino al raggiungimento del traguardo.
Il successo ha bisogno di consapevolezza, chiarezza mentale ed emozionale. Qualità che non impariamo ubbidendo a vuote richieste autoritarie imposte da un decrepito sistema scolastico, ma guardandoci dentro nel profondo per scoprire cosa è veramente importante per noi e per la nostra vita, e scoprire quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenerlo.